
PATRIZIA VALDUGA
LA GRAVITÀ DELL’EQUILIBRIO
Tra memoria e desiderio
un teatro dell’interiorità memore delle storture del mondo in cui si susseguono inquietudini, ironie , desideri e fiere arie di vendetta: una poetica che trasforma la rabbia, la pietà e i sogni in un canto che si oppone all’orrore del presente e cerca, ostinato, un equilibrio umano.
introduce Loredana Lipperini
QUANDO
5 luglio | 19:00
DOVE
CORTILE PALAZZO BUONACCORSI
in caso di maltempo
Galleria Antichi Forni
COME
Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti

Patrizia Valduga: una delle voci più potenti e originali della poesia italiana contemporanea. Intellettuale, anticonformista e carismatica si è imposta per il suo stile e le sue tematiche viscerali quali l’erotismo, la malattia e la morte. La sua scrittura è caratterizzata da un corpo a corpo con la lingua, capace di fondere una precisione tecnica quasi ossessiva con una passione carnale e violenta.
Tra le tante sue opere ricordiamo Requiem , Cento quartine, Per sguardi e per parole, Poesie erotiche dove il dolore e il desiderio si intrecciano in una danza verbale di rara intensità. Per la prima volta a Macerata Racconta con la sua ultima raccolta Lacrimae Rerum nella quale trasforma la rabbia e la pietà in un canto che si oppone all’orrore del presente e cerca, ostinato, un equilibrio umano.

Libro vincitore del Premio Umberto Saba Poesia 2026
Al secondo posto della classifica di qualità dell’Indiscreto 2026 – Sezione Poesia
In questi versi feriti e lucidissimi, Patrizia Valduga trasforma la rabbia e la pietà in canto. Una poesia che reagisce all’orrore del presente e cerca, ostinata, un equilibrio umano.
In questa nuova raccolta di Patrizia Valduga sono numerose le assonanze tematiche con i libri precedenti (nostalgie e solitudini, desideri e indignazioni), ma qui la meditazione sulla vita che «vola via» viene trafitta dalla tragica attualità delle guerre in corso. Nel flusso di umori ed emozioni si affaccia l’urgenza di reagire alle ingiustizie di «questa età cruenta e tenebrosa». E gli scoramenti trovano qualche ristoro – non la salvezza, ma un punto d’equilibrio – nella cura formale, nell’intensità del canto e della pulsione metrica: «Poesia, è ora: prendimi per mano, / tu, gioia e gioventú di un cuore umano!» I distici di endecasillabi a rima baciata compongono l’architettura dei dissidi e l’orchestrazione delle diverse voci: «io mi sdoppio e mi striplo a mio piacere». Ed ecco allora la donna con le sue passioni, la poetessa che sorveglia la qualità del dettato o battibecca con una voce interiore che col suo metronomico entrare e uscire di scena scandisce la «guerra della mente», e c’è perfino lei stessa postuma, mentre ricerca nella clessidra del tempo la sparsa polvere dell’essere. Un teatro dell’interiorità che reagisce alle storture del mondo e in cui si susseguono inquietudini, ironie, sconsolati recitativi seguiti da fiere arie di vendetta: «Ne ho abbastanza di angosce e di sconforti… / Io voglio vendicare tutti i morti / di queste guerre vere e d’invenzione / volute da chi merita il mio drone».