5 maggio, 2015

Catherine Cipolat

CipolatDa dove spunta l’idea di dedicare un racconto a Simone Massi?
Lo spunto è casuale, e solo successivamente si trasforma in un progetto e in un esperimento narrativo consapevole.
Alla fine del 2012 contatto Simone per porgli domande in merito alla sua attività artistica. Per il personaggio di un nuovo romanzo, un artista contemporaneo, giovane e maschio, cerco informazioni di prima mano, tecniche ma anche private.
Simone risponde subito ed è disponibile.
L’impulso a scrivere scatta quando mi racconta l’episodio che rivela il suo talento precoce, l’episodio della riproduzione fedele dell’asso di denari.
Scrivo quel capitolo inventando il contesto, il momento, i personaggi.
Seguono due constatazioni: Simone non è l’uomo giusto per il personaggio del romanzo, ma l’esperimento che si sta profilando merita attenzione. È colmo di promesse. Invio il capitolo a Simone con la proposta di raccontare la sua storia secondo questa modalità.
Simone accetta il gioco della finzione.

 Come hai affrontato i problemi di realismo e invenzione, tenendo conto che parti da una biografia reale per trasformarla in “biografia immaginaria”?
Il sottotitolo “biografia immaginaria” racchiude il piccolo segreto di questo esperimento. Si suppone solitamente che una biografia tracci un quadro chiaro della vita e delle opere di un personaggio, mentre definirla immaginaria rimanda all’invenzione, alla fantasia.
In realtà esistono molte biografie, biografie meticolose, scientifiche, romanzate, ma anche biografie non autorizzate, a volte tendenziose, ecc.
Il tentativo di comporre tra reale e irreale, tra vero e non vero è stato un gioco sperimentale. Il racconto segue esclusivamente il filo dei ricordi di Simone, mia unica fonte raccontata da lui per iscritto, per poi contestualizzare, elaborare, inventare, narrare, interpretare.
Questo esperimento è stato possibile perché Simone è persona ironica e distaccata che accetta di leggere la propria storia raccontata in modo diverso. L’ha definita una seconda vita.
Torna alla mente la riflessione di Calvino che diceva: “io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò i dati biografici non li do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e glielo dirò. Ma non le dirò mai la verità, di questo può star sicura.”
Il meccanismo di questa collaborazione ha funzionato subito e senza intoppi nei due mesi in cui, parallelamente allo scambio di email, è stato scritto il racconto. Il non conoscerci ha lasciato maggiore libertà. Ognuno ha rispettato le regole non dette, Simone non è mai intervenuto nel merito della narrazione, ha solo a volte corretto dettagli che potevano snaturare la realtà. Lui deponeva la materia prima al centro di un foglio bianco e io, attorno, nello spazio vuoto, elaboravo il racconto.

Quanto sono importanti i dettagli, i particolari, nella elaborazione di una storia?
Sono fondamentali. È spesso un dettaglio riferito, intravisto, vissuto che fa luce su un tema e dà inizio alla narrazione.
I dettagli danno consistenza a ciò che si vuole dire, sono il lato palpabile dell’idea. Sono i dettagli, spesso allusivi, indiretti che affiorano e hanno il compito di rivelare una tesi generale rimasta sottotraccia.

Ci puoi spiegare il termine “flangetta” che nel libro assume quasi una funzione magica?
È un oggetto minuscolo, misterioso e sovraccarico di senso. Racchiude in sé il prima e il dopo nel racconto di formazione di Simone Massi, unendo i due periodi. È una lamina di metallo lunga e larga come un dito mignolo che segna le giornate del giovane operaio metalmeccanico e ricompare nel metodo di lavoro dell’artista. Ha una funzione strutturale. Serve, nei due casi, a vivisezionare il tempo che, credo, sia la chiave di lettura dell’opera di Simone Massi.

Come si inserisce questo racconto nel tuo percorso di scrittura?
È la domanda più difficile, perché è difficile avere uno sguardo critico che abbracci la propria scrittura, alla ricerca di un significato generale. Potrebbe essere “prima scrivo e poi rifletto” oppure “parlo sopra le mie stesse parole”. Un raddoppio.
Il racconto assume la forma di una favola (storica, politica, sociale, umana, artistica) divisa in capitoli, ognuno con un titolo e i disegni di Simone che sembrano fuoriuscire dalle parole stampate. In questo caso la trama era già pronta e c’era pure il lieto fine. Si trattava di andare a cercare la materia viva (il lungo tempo contatto in flangette, le mani ferite, l’orizzonte oscurato, i sogni inverosimili,  la vita interiore compressa) per filtrarla tramite la narrazione. È la stessa storia raccontata altre volte, con sembianze diverse.

Come è nata la conoscenza del lavoro di Simone Massi?
Circa quindici o forse vent’anni fa passavo davanti al televisore acceso che nessuno guardava, c’era un servizio del TG3. Sullo schermo scorrevano immagini che mi hanno inchiodata: tragiche, oniriche, cupe. Erano opera di un tizio di Pergola. Poi mi sono allontanata pensando a quanti tesori e quanta ricchezza nascondeva una regione discreta e appartata come le Marche.