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1 maggio, 2019

Il Festival raccontato

In questa pagina trovate un racconto delle varie giornate del festival seguite da Valentina Pagnanini


Giornata 1 – 29 aprile 2019

Conclusa la prima giornata del festival, con il programma in mano, prima di voltare pagina, mi soffermo ancora per un attimo sui due appuntamenti di ieri, Sciascia trent’anni dopo e Napoli oggi.

Ripenso alla lieve compostezza di Anna Maria Sciascia, i toni pacati con cui ha raccontato al pubblico l’impegno civile e letterario di Leonardo Sciascia. “Per mio padre lo scrivere non è mai stato un hobby, era una gioia. Non ho mai avuto l’impressione che lavorasse. Egli considerava la letteratura inchiesta, un’inchiesta continua.” L’animo gentile e lo sguardo consapevole, custode di molte verità. “In tante cose mio padre è stato lungimirante” ha detto Anna Maria, erede della visione a lungo termine di suo padre. Da figlia, racconta uno Sciascia inedito, con le sue passioni e la sua irrefrenabile voglia di scrivere. “Penso che mio padre avesse un cruccio, quello di morire.
Voleva scrivere ancora, aveva tante cose da dire.” Che cosa è mancato allo scrittore? Che cosa avrebbe voluto scrivere, prima di morire? Gli interrogativi restano. E vien voglia di andare a rileggere qualche pagina dei suoi romanzi, alla ricerca di un indizio, di un dettaglio che possa far luce sui non detti. La presentazione termina con un ricordo, le ultime parole di un padre sussurrate alla propria figlia: “Non doveva finire così.”

La prima serata del festival ha dato un fresco benvenuto a Maurizio De Giovanni. Pioveva a dirotto, lunedì sera. L’acqua scorreva rapida tra i ciottoli di Macerata, incanalandosi in alcuni tratti e andando a formare un piccolo ruscello che sfociava proprio all’ingresso dello Sferisterio. Nonostante le condizioni metereologiche avverse, la sala dell’ex Cinema Sferisterio era gremita di persone. L’umorismo intelligente di De Giovanni ha catturato il pubblico presente e per quasi tre ore ha fatto dimenticare la pioggia battente. “Ho la fortuna di vivere in una città che è piena di confini” spiega l’autore. “Chi conosce Napoli lo sa. E questo è vero per ogni quartiere. Questo genera conflitti, ma le storie sono fatte di conflitti.” De Giovanni racconta di sé, del suo esordio come lettore (partendo dai libri della biblioteca del padre), delle sue presentazioni letterarie in Italia e all’estero, soprattutto in Cina. In una frazione di secondo, riporta aneddoti, si confida, rivela la sua anima letteraria. Uno scrittore che si pone continuamente domande, che interroga le proprie storie e i propri personaggi.  Dalla morte di Severino Cesari, editor e critico letterario per Rizzoli, confessa: “Io continuo a raccontare, però, non lo so più perché?”

Maurizio De Giovanni parla di sentimenti. Le sue riflessioni sono pallottole, che arrivano dritte al cuore dello spettatore, esplose dalla pistola del suo ingegno, creatore di celebri personaggi, da Ricciardi ai Bastardi di Pizzo Falcone. Scrive con autenticità, senza cedere a compromessi mediatici. Inevitabile è ogni sua storia, che deve accadere proprio nel modo in cui è scritta e che deve concludersi con il finale che gli appartiene, unico e irrevocabile. De Giovanni avrebbe proseguito a raccontare per tutta la serata, la presentazione termina però alle 23.49. Non è mai stato tanto presto a Macerata Racconta.


Giornata 2 – 2 maggio 2019

Giorno dopo giorno, il festival entra nel clou del suo programma addentrandosi, come la barchetta origami, in acque sempre più profonde. Le acque del Mar Mediterraneo, dove Iain Chambers ha spinto la navicella del suo ingegno invitando a pensare il Mediterraneo “non come oggetto, ma come uno spazio storico culturale”. L’autore ha interpretato la scacchiera geopolitica a partire da due testi storici Il grande mare. Storia del Mediterraneo di David Abulafia e Salonicco, città di fantasmi: cristiani, musulmani ed ebrei tra il 1430 e il 1950 di Mark Mazower. La questione mediterranea è stata raccontata per immagini, quelle dei migranti alla deriva e quelle dei cimiteri costituiti dalle loro barche a Lampedusa, sono più di cento le imbarcazioni confiscate nell’isola soltanto nel 2018. A proposito dell’Europa, “la migrazione è motore della modernità”, ha affermato Chambers. Lo studio del fenomeno migratorio ha condotto a riflessioni storiche, letterarie e filosofiche. “Come parlare della ‘memoria’ dei corpi che arrivano?” Si è chiesto Filomeno Lopes, filosofo, giornalista e scrittore di origini guineane. “Quando la memoria va in cerca del legno morto corre sempre il rischio di portare il fardello che gli piace… Quei corpi sono parte di qualcosa che l’Europa ha rimosso: la schiavitù e la tratta atlantica.”

Se vogliamo dialogare con il Mediterraneo, dobbiamo ricercare “una verità sinfonica, non univoca” ha spiegato Lopes. “In Africa esiste un detto: se attraversate sempre il fiume in massa, non dovrete più temere il coccodrillo. Come attraversare quest’oceano per restituire di nuovo un’umanità compromessa? Siamo esseri umani. Non abbiamo costruito la terra che abitiamo e quindi neanche il mare. Quando si dice ‘mare nostrum’, si è su orizzonti diametralmente opposti”. Secondo Lopes l’Italia non risolverà mai il problema dell’immigrazione, perché non ha mai fatto i conti con la propria storia. “Serve la coesistenza giuridica. Prima di coesistere, però, bisogna esistere.” Conclude con un paragone: “i popoli sono un po’ come i fiumi, si incontrano [definitivamente] in un solo punto, il cielo. Quando ognuno ha accettato di perdere qualcosa. È lì che diventano pioggia, che diventano linfa vitale, quella di cui il mio popolo ha tanto bisogno.”

La barchetta del festival termina il suo viaggio in Oriente, raccontando la cecità con una graphic novel ambientata a Bangkok e riscoprendo in musica jazz l’Unione Sovietica. Un viaggio breve, ma intenso, che può riassumersi efficacemente con le parole di Filomeno Lopes: “Bisogna ritornare alla memoria per ridiscutere la propria identità. Coesistere, ma prima di coesistere bisogna esistere. La verità è sinfonica, non è univoca.”


Giornata 3 – 3 maggio

Arrivano da tutta Italia con tante storie da raccontare, come ogni anno si danno appuntamento alle 16.30 del primo venerdì di maggio in corso Matteotti e qui, immancabilmente, si ritrovano nei locali dell’ex Upim per il brindisi inaugurale, gli editori del festival. I più affezionati espongono da ben sette anni alla fiera dell’editoria Marche Libri e guidano da bravi ciceroni le case editrici neofite. Alla fiera del libro si incontrano lettori di tutte le età, alla ricerca della propria storia tra gli stand degli espositori, dai romanzi ai saggi storici sulle Marche, dalle illustrazioni di Pinocchio e Cappuccetto Rosso ai libri in bianco e nero con una Macerata tutta da colorare.

A pochi passi dalla fiera, atterra al Teatro della Filarmonica il premio Pulitzer Jhumpa Lahiri, che presenta in anteprima nazionale l’antologia Racconti Italiani. “L’Italia per me è un luogo di grande libertà” confessa l’autrice che ha scelto di imparare l’italiano come seconda lingua nella quale esprimere la propria creatività scrivendo. “Certe donne brillano” recita una canzone, e ti rendi conto di quanto sia vero osservando Jhumpa Lahiri e Chiara Valerio sul palco, due luci diverse ma ugualmente intense. Conclude la serata l’incontro con Teresa Ciabatti e Marco Missiroli, due artisti in bilico su vite parallele che si incontrano a Macerata Racconta, baricentro delle loro storie. “L’unità di misura dei nostri romanzi resta la sottrazione. Quando hai paura e terrore che qualcosa ti venga tolto” racconta Missiroli, come se esistesse una matematica delle parole. Sottrarre o sostituire, suggerisce Teresa Ciabatti: “l’unica forma di sopravvivenza è quella di immaginare e di sostituire”. Perché, come afferma l’autore, “a noi tutti manca qualcosa e la letteratura è quel tassello che ci manca” e che quest’anno a Macerata Racconta abbiamo ritrovato nelle loro storie.


Giornata 4 – 4 maggio

“Noi uomini abbiamo smesso di essere ‘ponti’ e abbiamo iniziato ad essere ‘isole’. Siamo diventati un Paese pieno di isole alla deriva.” Non c’è tempo per i convenevoli, per i saluti di rito, soltanto l’urgenza di raccontare la verità e smuovere le coscienze. Così Giulio Cavalli inizia la presentazione del suo ultimo libro, Carnaio, scritto in soli nove giorni, tanto era viva in lui la necessità di narrare. “Carnaio è l’idea di un’ipotesi di città coinvolta nel naufragio di corpi umani” spiega Cavalli, che dimostra come “siamo diventati indifferenti alle morti, che valgono meno della nostra vita […] abbiamo superato il limite etico… È passato di moda essere uomini.” Da scrittore, padre e uomo, nelle parole Cavalli trova la forza per condurre le sue battaglie con lucida consapevolezza, condanna le scelte politiche dell’Occidente e richiama l’attenzione del popolo italiano sui valori morali, l’etica, il “federalismo delle responsabilità”.

“Siamo un paese che ha una metà oscura enorme” condivide Carlo Lucarelli che, da scrittore, inserisce questa dimensione oscura nella trama dei suoi libri. “Io scrivo romanzi gialli con lo scopo di sorprendervi tutte le volte” rivela al pubblico. “Noi narratori vi raccontiamo una storia misteriosa e non ve la raccontiamo subito. Questo è il giallo.” Un gioco di reticenze che attrae emotivamente il lettore e lo trattiene in bilico tra i possibili finali di una storia. Da bravo giallista, Lucarelli si racconta con una successione di colpi di scena: parla della sua amata Bologna, della passione per la lettura tramandata dalla madre, si dichiara parente dell’inventore Antonio Meucci, cugino del suo trisnonno, “un uomo che ha fatto il rivoluzionario e che si è inventato in un teatro il telefono”. Conclude la serata svelando un trucco del mestiere. Un bravo narratore deve “cercare dei ‘buchi emotivi’ per raccontare una storia diversamente e trovare il modo in cui questa storia stupisca di nuovo.”


Giornata 5 – 5 maggio

“Non possiamo non assaggiare il mondo per vivere. Rischiamo però di morire.” Inizia così l’aperitivo letterario in compagnia di Rosella Postorino, autrice de Le Assaggiatrici con il quale ha vinto il premio Campiello nel 2018. “Questo libro parla di sopravvivenza e dell’istinto di sopravvivenza, che diventa una risorsa affascinante: la continua ostinazione di vivere di chi ha perso tutto.” La reale protagonista di questa storia ha 92 anni, è berlinese e si dichiara ancora oggi non nazista, per anni ha messo a repentaglio la propria vita per tutelare quella di Hitler assaggiandone i pasti. “Le assaggiatrici tutti i giorni affrontano la possibilità di morire e tutti i giorni sopravvivono insieme. Sono unite, ma vivono il luogo del sospetto e della paranoia per eccellenza” racconta l’autrice. Margaret Wölk era una di loro, una donna che si era trovata costretta a collaborare con Hitler in modo personale e intimo, e che “dava la dimensione di come si introietta il totalitarismo, che arriva a decidere il ciclo della vita. L’intimità è tale che puoi immaginare il corpo di Hitler, puoi parlare di lui come essere umano. Raccontare Hitler come corpo significa raccontarlo nella sua umanità”, sottolinea Postorino. “Ricordarsi che era un essere umano è una forma di responsabilità. È importante ricordare ciò che la specie umana può fare. Ho voluto parlare del pericolo della coscienza, dell’inerzia, che oggi si rivela più grande che mai.” Un pericolo che oggi si rivela più grande che mai.

“I social network non sono l’agorà del duemila, ma oggi è lì che succede tutto.” A Macerata Racconta, Enrico Mentana propone un’analisi delle forze politiche attuali in rapporto con i nuovi mezzi di comunicazione, con i social in particolare, “che hanno permesso il rapporto diretto tra leader e popolo.” Le nuove tecnologie sono diventate il mezzo privilegiato dai più per fare informazione e propaganda. “La maggioranza degli italiani non legge i giornali, gran parte dei giovani si informa attraverso i new media.” Si spiega così “l’utilizzo spregiudicato dei social network, l’arma privilegiata dalla politica” perché permette un’istantanea identificazione con il popolo. “La competizione è data dalla capacità di dettare parole d’ordine attraverso i social network”, conclude Mentana. “Questa è la narrazione. Non spetta a me giudicare, però cerco di capire attraverso questi fenomeni cosa sta succedendo.” Nasce così Open: “un post giornale, aperto al nuovo, alle contaminazioni, aperto 24 ore al giorno, aperto ai contributi e alle critiche” si legge nel primo editoriale. “Ho deciso di creare un giornale direttamente sul web per creare una leva di giornalisti”, racconta Mentana. “Lo devo all’amore per la mia professione.”

La nona edizione di Macerata Racconta si è aperta e conclusa con una scrittrice siciliana, Anna Maria Sciascia prima, Simonetta Agnello Hornby poi. Si arriva così all’ultima pagina del programma del festival, qui approda la barchetta di carta, simbolo del lungo viaggio alla deriva in un mare di parole, ma pronta per ripartire il prossimo anno, con un nuovo tema e un nuovo programma tutto da scoprire.