15 aprile, 2018

Simona Silvestri e Pierfrancesco Curzi

 

 

 

PIERFRANCESCO CURZI 
In Bosnia

SIMONA SILVESTRI
Il Paese che non c’è 

06 maggio | 19,00
Biblioteca Mozzi Borgetti

 evento a cura di Infinito Edizioni

Pierfrancesco Curzi (Ancona, 1968), giornalista e scrittore, è cronista da un quarto di secolo e dal 2001 collabora con Il Resto del Carlino, dopo l’esperienza a Il Messaggero. Da anni pubblica reportage di esteri da tutto il mondo, e in particolare dall’Europa orientale, su Il Fatto Quotidiano. È stato osservatore elettorale internazionale durante le elezioni in Guatemala e in Nicaragua. Ha pubblicato Stanno tutti bene (Italic Pequod, 2014). Con Infinito Edizioni editrice ha pubblicato IN BOSNIA (2015) e NEL CAUCASO, DA GROZNY A BESLAN (2016).

Simona Silvestri, giornalista, laureata in Scienze della comunicazione all’Università degli studi di Perugia, è nata nel 1982 a Viterbo. Ha scritto di cultura, diritti, lavoro e cronaca sindacale, collaborando con diverse testate, tra cui Alibi – Per essere altrove, Il Turismo culturale, Articolo 21, La Sera di Parma e Piazza Grande. Lavora come ufficio stampa per enti e istituzioni, seguendo anche l’organizzazione di eventi culturali dedicati ai temi della cultura e dei diritti.

    Dopo la ratifica degli Accordi di Dayton, nel cuore dei Balcani restano ferite profonde. L’artiglieria che per quattro anni ha tenuto sotto scacco Sarajevo, cercato di spezzare la strenua resistenza di Goražde e raso al suolo Vukovar, oggi tace. Dei campi di concentramento in Republika Srpska e in Erzegovina e dei tuguri dove si sono consumati gli stupri etnici di massa restano solo vuoti e lugubri contenitori in pietra. Le testimonianze della vergogna sono state nascoste o cancellate. Eppure, nell’aria, i fantasmi di un passato da incubo continuano ad aleggiare sui resti di uno stato-fantoccio a “tre teste”. I conti col passato devono ancora essere saldati e forse non si arriverà mai a una piena giustizia. E l’aggressione alla terra di Bosnia, col tempo, rischia di scomparire dalla memoria. Questo libro on the road punta a tenere accesa la luce su una delle pagine più tristi della storia del Novecento. E a fornire un contributo di chiarezza sulle responsabilità, rifiutando l’assioma “tutti colpevoli, nessun colpevole”.

“Ricordo una parola ricorrente: sumnja. Significa sospetto e racchiude da sola il senso di una guerra sanguinosa, infinita, sporca, seguita subito dopo da un’altra parola che ne è stata la conseguenza: osveta, vendetta. Centinaia di migliaia di morti. E anche adesso, forse, dolorosamente, solo una pace finta”. (Pino Scaccia)

“Curzi ci ricorda che in guerra non è scontato che i buoni stiano tutti da una parte e i cattivi dall’altra e che frasi come ‘le responsabilità vanno ripartite in modo condiviso’ costituiscono l’anticamera del negazionismo”. (Riccardo Noury)

“In Bosnia è un libro da leggere e rileggere, è un reportage di alto livello giornalistico che dovrebbe essere studiato nelle stesse scuole di giornalismo”. (Luca Leone)

    La Bosnia Erzegovina è un Paese sospeso tra contraddizioni, diritti negati e crisi sociali, incapace di trovare un’identità unitaria. La  guerra è finita, almeno a parole, ma la crisi economica, lo stallo della produzione e l’aumento della disoccupazione, con l’incremento conseguente delle tensioni sociali e politiche, stanno facendo riaffiorare i nervi scoperti del Paese.

Il passaggio da un’economia di autogestione a un capitalismo sfrenato ha provocato una profonda divisione tra i moltissimi poveri e una minoranza egoista e ricchissima, con la progressiva scomparsa della classe intermedia e lo sviluppo di due economie parallele e ben differenziate. Di questa situazione hanno saputo approfittare i nuovi tycoon, che hanno sfruttato il conflitto e il successivo e persistente periodo di deregolamentazione per assicurarsi ricchezza e potere, grazie alle privatizzazioni delle industrie di Stato e alla svendita dei beni comuni, alla ricostruzione, al controllo del mercato, favorendo lo sviluppo di corruzione e criminalità. A farne le spese sono stati i cittadini, ultimi destinati a rimanere tali, inascoltati da una classe politica compressa tra nazionalismo e liberismo spinto.

“Oggi l’ottanta per cento dei giovani bosniaci, e non solo, vorrebbe lasciare il Paese. Nell’arco di venticinque anni Sarajevo e la Bosnia Erzegovina si sono trasformate da un simbolo splendente a un posto da lasciare in fretta. Non si muore più a causa delle pallottole, ma si sopravvive, si vivacchia appena, senza le regole fondamentali di una società civile, frenati dalla corruzione rampante, dal nepotismo palese, ostaggi di una politica nazionalista e retrograda, subendo l’ingiustizia sociale e patendo la povertà”. (Azra Nuhefendić)

“Mostar segna la linea dell’inaccettabile, né potrà mai sciogliere l’ambiguità del nodo che trattiene insieme la guerra e lo spettacolo della sua rappresentazione. Se resiste un fuoco di umanità, sta nel sentirsi trapassati da quel nodo; nel ‘saperlo’. Diffidare da chi si riconosce altro. Scansarlo, nella profondità”. (Massimo Zamboni)

“C’è un Paese nascosto, silenzioso, che soffre. Quotidianamente. Soffrono in attesa del riconoscimento dei propri diritti le madri sole con figli, le minoranze culturali, i malati cronici e/o terminali, le persone con disabilità, chi ha malattie professionali, chi non riesce ad avere una pensione, chi non riesce a godere degli essenziali diritti di protezione sociale…”. (Andrea Cortesi)