5 aprile, 2017

Simonetta Tassinari

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Insegnante di storia e filosofia, ha attraversato diversi generi, dalla sceneggiatura radiofonica alla saggistica storico-filosofica, dal romanzo storico al romanzo brillante, pubblicando, tra gli altri, per Giunti ed Einaudi Scuola. Ha vinto il premio “Il Pungitopo” e il “Premio di narrativa italiana inedita”, e ha collaborato con giornali e riviste. Dopo “La casa di tutte le guerre” ha pubblicato nel 2016 ”La sorella di Schopenhauer era una escort” (Corbaccio), un ritratto affettuoso e divertente della generazione smartphone-munita e Wikipedia dipendente, serio e scanzonato, che va alla radice del bisogno di fingersi più bravi di quel che si è. Un libro utile ai ragazzi e agli adulti che fa riflettere sul paradosso di come le nuove fonti e le tecniche di ricerca delle informazioni abbiano facilitato la vita, ma al tempo stesso moltiplicato le possibilità di sbagliare.

Questo libro contiene un repertorio di esilaranti errori di geografia, storia e filosofia pescati dalla quotidianità, e analizza le principali strategie messe in atto dagli studenti per far credere al professore che si sa quel che, invece, si ignora. La sua particolarità sta nel fatto che è aggiornato all’ultima ora, sia nel caso degli errori (alcuni dei quali impensabili se non ai nostri giorni) che degli stratagemmi usati per superare l’anno scolastico senza affaticare i neuroni. Ai mezzi tradizionali si sono infatti aggiunti i nuovi inganna-prof: gli smartphone, che permettono di accedere a Wikipedia, la fonte preferita dei ragazzi, o a siti fatti apposta per loro. Ma «La sorella di Schopenhauer era una escort» è anche il ritratto affettuoso e divertente della generazione smartphone-munita, che cerca affannosamente di cavarsela a scuola in una specie di lotta per la sopravvivenza non dissimile da quella del manager che tenta di imporsi, nell’eterno antagonismo tra chi giudica e chi dev’essere giudicato. Limitandosi semplicemente ai risultati si direbbe che le nuove tecniche abbiano più che altro moltiplicato le possibilità di sbagliare, e che non si sia mai sbagliato (nei nomi, nei fatti, nei concetti, nell’ortografia) così tanto come adesso. Eppure siamo davvero sicuri che gli alunni attuali siano peggiori di quelli che li hanno preceduti? Chi non ha mai detto almeno una volta ai suoi figli, “quando andavo a scuola, io…”? Invece, gli alunni di ogni epoca si somigliano.