5 aprile, 2017

Edith Bruck

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Nata in Ungheria, ai confini dell’Ucraina, in una numerosa e poverissima famiglia ebrea, nel 1944, a soli 12, anni viene deportata ad Auschwitz per poi passare ai campi di Dachau, Christianstadt e Bergen-Belsen dove viene liberata dagli alleati un anno dopo. Nel 1954 si stabilisce in Italia dove conosce Montale, Ungaretti, Luzi e stringe amicizia con Primo Levi, che la sollecita a ricordare la Shoah. Con l’opera “Chi ti ama così”, Bruck inizia la sua carriera di scrittrice e testimone dell’Olocausto non limitandosi a narrare gli eventi nel lager, ma raccontando la sua infanzia prima della sua deportazione e l’ostilità continua dell’Europa verso i sopravvissuti, anche dopo la guerra. È solo l’inizio di una vasta produzione letteraria, che non si limita ai temi dell’Olocausto. Nella sua narrativa, spesso autobiografica, la passione, il dissidio e la perdita diventano causa di improvvise trasformazioni della persona. Edith Bruck ha anche collaborato con molti giornali, fra cui Il Tempo, il Corriere della Sera e Il Messaggero, intervenendo in diverse occasioni intorno ai temi dell’identità ebraica e della politica di Israele.

Testimone dell’orrore della Shoah, cui ha dato voce nelle sue opere tradotte e premiate in tutto il mondo, Edith Bruck torna con un memoir tenero e struggente, in cui la grande storia e le sue tragedie si affacciano come sfondo al racconto intimo dell’amore e della dedizione per suo marito, il poeta Nelo Risi, scomparso nel 2015. Edith Bruck ha scelto di stargli accanto sino alla fine, trascorrendo con lui, accanto a lui, gli anni della progressiva malattia che lo ha allontanato dal mondo, dai suoi ricordi, dagli affetti, dal lavoro.

Non è, questa, una storia d’amore immune da ferite o difficoltà, né la celebrazione di una vita assieme priva di contrasti, contraddizioni, lontananze. Ma è una storia in cui il senso di una condivisione profonda – senza dubbi o alibi – è la forza di una mano che stringe e sostiene l’altra – nell’assenza, nel riposo, nella paura, nella tenerezza – e viene restituito nella sua verità più umana, divenendo luce e ispirazione, unico filtro attraverso cui si può ancora parlare della bellezza dell’amore.